Incontro con la storia delle persecuzioni nazifasciste

 

 

 

Da Birkenau non si usciva vivi e, se succedeva, non si era più donne”. Questa una frase di Hanna, una sopravvissuta ai lager. Fa parte di un servizio giornalistico che la nostra invita speciale del Circolo Pertini, Virginia Campidoglio, universitaria ex studentessa del Foresi, ci ha fornito. La cronaca di un importante incontro che fa riflettere il mondo della scuola, ma dovrebbe insegnare molto anche ai cosiddetti adulti.

 

Il 15 gennaio 2011, presso il centro culturale De Laugier di Portoferraio, si è tenuto un incontro aperto a tutti con Hanna Kugler Weiss, deportata nei campi di sterminio di Birkenau.

All’incontro hanno partecipato alcune classi degli istituti superiori di Portoferraio ma anche gli ex allievi che, negli anni passati, hanno partecipato ai “viaggi della memoria”.

In sala con Hanna erano presenti l’assessore alla cultura Antonella Giuzio, il consigliere Nunzio Marotti e il sindaco Roberto Peria.

Marotti ha aperto l’incontro spiegando che, in occasione della giornata della memoria, il 27 gennaio, anche questo anno alcuni ragazzi delle scuole superiori di Portoferraio partiranno per il “Viaggio della memoria” . “Un gran piacere sentire il calore dei presenti- ha detto il politico nonché docente al Foresi - perché è simbolo dell’interessamento e del coinvolgimento in questa memoria che – come Hanna dice nel suo libro – deve servire perché MAI PIU’ accada qualcosa di simile”.

Hanna ha aperto il suo discorso dicendo che avrebbe soltanto detto chi è, il resto sarebbe emerso dalle domande dei presenti: Ecco i passi salienti della sua narrazione.

Mi chiamo Hanna Kugler Weiss, sono nata a Fiume, oggi conosciuta con il nome di Rijeka, in Croazia. Fiume era diventata italiana solo nel 1924. (…) Sono nata in una famiglia proveniente dall’occidente, osservante, cioè religiosa, la terza di quattro figli. La comunità ebraica di Fiume avrà avuto sì e no 2000 anime. Mio padre era arrivato a Fiume dopo la prima grande guerra dall’Ungheria e, dopo aver sposato mia madre, nata a Fiume (…) aprì una latteria.

La mia infanzia passò normalmente: frequentai la scuola materna e poi la scuola elementare governativa, sempre fra non ebrei.

Sono nata e cresciuta durante il governo fascista ed ero iscritta al “movimento giovanile fascista”. Ero una piccola italiana. Solo all’età di 9 anni, iniziò anche per le ragazze un circolo ebraico, dove ci univamo secondo l’età. La vita normale cessò nel 1938 con l’arrivo delle leggi razziali. Con le nuove leggi, un ebreo che aveva ricevuto la cittadinanza italiana dopo il 1919, la perdeva. Perciò tutti i nuovi italiani a Fiume, divennero apolidi. Da un giorno all’altro cessò il lavoro degli ebrei che lavoravano al governo, insegnanti, avvocati, medici e simili. E le porte delle scuole furono chiuse per gli alunni residenti ebrei. Fu allora che la comunità ebraica e i nostri genitori, con l’aiuto dei maestri licenziati, aprirono una scuola ebraica privata. Alla fine del 1939, mio fratello - non aveva ancora 16 anni - lasciò l’Italia e con l’aiuto di un ente che aiutava i ragazzi ebrei, arrivò in Israele, allora Palestina. Lui se n’era andato perché non poteva continuare i suoi studi e andò in una scuola agricola. Nel giugno del 1940 il governo italiano dichiarò guerra a Inghilterra e Francia schierandosi dalla parte di Hitler. Quella notte, a Fiume, la polizia italiana arrestò tutti gli uomini ebrei sopra i 18 anni, li chiusero in una scuola e dopo un mese, quelli che non erano stati liberati, furono mandati in diversi posti nel sud Italia. Tra loro anche mio padre che arrivò in un paese e lì, con altri nove uomini, alle spese del governo continuò a vivere, dovendo dichiarare ogni giorno alla polizia la loro presenza e con la proibizione di lasciare il villaggio senza permesso. Nel 1941 mio padre ebbe il permesso di 15 giorni per visitare la famiglia. A Fiume, come in tutto il paese, soffrivamo le conseguenze di una guerra: le tessere erano uguali per tutti e sotto i bombardamenti non importava se eri ebreo. Nel 1943 cadde il governo fascista, le forze alleate sbarcarono nel sud Italia. In settembre il nuovo governo firmò con gli alleati la tregua (…) Ma i nazisti, che nel frattempo avevano spedito i soldati a combattere contro gli alleati, non accettarono la tregua. Fiume, per volere di Mussolini, facendo parte del litorale adriatico, fu donata al Terzo Reich e l’8 settembre i nazisti s’insediarono in città. Non ci furono colpi di scena a Fiume, la vita continuò, anche se gli ebrei cominciarono a programmare l’abbandono della città, in cerca di rifugio oltre il litorale. Noi- mia madre, le mie due sorelle-lasciammo Fiume all’inizio del febbraio 1944. Dopo una settimana ci trovammo a Lugo, dove con l’aiuto di un uomo, oggi scritto nel libro dei giusti del mondo, ricevemmo le carte d’identità a nome di Whierich. Nei dintorni si trovavano molte famiglie di Fiume nella nostra stessa condizione, aiutate dallo stesso gruppo. Alla fine di aprile, avendo un sentore di pericolo per noi e per il gruppo dei “salvatori”, lasciammo Lugo per Milano, dove incontrammo gente che ci dava la possibilità di passare il confine per la Svizzera. (…) Il primo maggio incontrammo alla rete i contrabbandieri che ci dovevano portare al confine. Dopo una marcia durata per ore, a metà notte fummo arrestate. (…) Le guide ci avevano tradite. In una settimana cambiammo prigione, da Varese a Como, ed infine a Milano a San Vittore. Eravamo in compagnia dei fiumani che prima erano nei paraggi di Lugo: fra loro anche mio nonno e nonna materni. II 15 maggio ci portarono da Milano a Fossoli (…) in un campo di smistamento. La mattina dopo eravamo già in un vagone merci: 80 persone e tra questi bambini, donne e uomini.”

Questa la storia di Hanna, fino ai suoi 16 anni e all’arrivo al campo di Birkenau; da qui ha voluto continuare a raccontare solo in base alle domande delle persone in sala, al loro stupore e al loro modo così beatamente ingenuo di vedere la vita, per rispondere solo a ciò che volevano sapere.

 

  • Cosa pensava una 16enne di tutto quello che stava succedendo, quale era la consapevolezza?

 

In casa i genitori non parlavano mai di politica, chiedevano della scuola, dei compiti, se ci eravamo comportati bene…

Scappavamo e sapevamo solo che gli ebrei venivano portati in campi di prigionia. “Cosa sono questi campi di prigionia? La cosa peggiore che si poteva pensare era: sono naturalmente campi di lavoro. Lavoro forzato. (…) Cosa ci sarà in questo campo? Chi lavorerà? Siamo in sei: la mamma, mia sorella maggiore ed io, eravamo in grado di lavorare, i miei nonni, troppo vecchi, e la mia sorellina non potevano. Noi tre lavoreremo anche per loro. (…) Cosa mangeremo? Di sicuro non la cucina di mia madre ma quando si ha fame si mangia tutto. Cosa vestiremo? Abbiamo i nostri zaini, con le nostre poche cose, le indosseremo finché non diventeranno dei cenci. Ma un giorno finirà questa guerra e ritorneremo a casa. (…)Questo era il massimo che potevo immaginare.”

Ha continuando dicendo che in realtà non erano solo questo, erano anche campi di annientamento, con le camere a gas e i forni: “l’unica cosa che non potevamo immaginare”.

 

  • Dopo le giornate di lavoro, c’era qualche momento di serenità collettiva?

Io sono rimasta [da quando sono arrivata] con mia sorella e, i primi tempi, il campo delle donne era diviso in due: bisognava stare in quarantena. Perché? Forse abbiamo portato qualche malattia da fuori? (…)Allora non si lavorava, si stava lì a non far niente. Ma poi abbiamo lavorato per il comando di lavoro per la pietra. (…) Durante la quarantena eravamo chiusi nella baracca, non si poteva andare in giro: non esisteva una vita sociale, non bisognava stare neanche sulle cuccette,bisognava stare per terra. E quando eravamo tutti riuniti c’erano anche altre donne. C’era anche un’amica di mia mamma: perché loro erano rimaste vive e mia mamma no? Perché mia mamma aveva una bambina piccola. Hanno chiesto di chi è la piccola e la mamma era dovuta andare con lei per un caso (…). Invece quella signora aveva solo figli grandi, che sono stati tutti accettati e anche lei. E come lei c’erano altre signore, circa di quella età, loro avevano…mia mamma aveva circa 41 anni. Giovane. C’erano altre signore e quando si riunivano cosa potevano fare? Parlavano della casa, parlavano del mangiare: come si fa, come non si fa… Io, quando lo stomaco tutto il giorno ribolle perché chiede del cibo, e quelle parlano del cibo! Io non volevo star lì a sentire. Se cominciano a parlare di casa, allora io ricordo la casa, la mamma, la mia casa. Ma io non voglio perché subito comincio a piangere e io non voglio piangere. Non voglio piangere perché il pianto mi fa…non fa bene: vado giù di morale e perdo energie (…)Non voglio. Allora vado dove c’è la Capò, che veniva alla baracca e chiedeva – chi vuole lavorare? – meno male…uscire di qui, stare con altri, stare fuori. Anche se fuori non si stava all’aria buona, all’aria aperta (…) Si respirava solo quello che veniva dai camini. Era anche un lavoro denigrante. Perché questa Capò ci portava ad un certo punto del campo e là c’era un cumulo di pietre. Dovevamo prenderne una ad una, con la mano destra sopra e la sinistra sotto, non potevamo avvicinarle al petto. Eravamo in file di 5: la prima partiva, prendeva il sasso e si metteva in fila; di seguito le altre. Quando eravamo tutte, ci portavano al mucchio di sassi, dove lasciavamo ognuno il suo sasso e si tornava indietro.

 

Il racconto di Hanna è continuato come una storia che ormai va avanti da sé, come se non ci fosse neanche bisogno di pensare alle parole, come se stesse ancora camminando in mezzo alla neve con i suoi zoccoli di legno, con le fasce di iuta che le ferivano i piedi.

Il suo arrivo, nel caos delle urla e dei cani che abbaiavano senza sosta, l’ha gettata in una dimensione che è riuscita a realizzare dopo anni. E questo non è stato un caso, ma la forza della vita umana che reagisce al dolore; alla violenza, non solo fisica, di chi le diceva che non avrebbero vissuto più di tre mesi, che da Birkenau non si usciva vivi e, se succedeva, non si era più donne.

“Ma loro sbagliavano – dice Hanna – perché io sono sopravvissuta 8 mesi e mezzo, sono uscita, ho tre figli, sette nipoti, un pronipote e altri due in arrivo. Sono tornata a Birkenau prima con i miei figli, poi con i miei nipoti e con il mio pronipote e ogni volta ho sentito il mio cuore esplodere di gioia pensando “Vedi sono qui! Sono viva e ho avuto loro… Non ce l’hai fatta”.

Non posso perdonare e non posso dimenticare ma oggi ho tanta compassione per la terza generazioni: per i nipoti. Ci sono molti ragazzi che scelgono di venire a Israele ad aiutare per un anno o due; non sanno cos'avevano fatto i loro nonni e sono tormentati da questo”.

Infine ad Hanna è stato chiesto cosa pensa di coloro che minimizzano la shoah o che negano che sia avvenuta. Lei ha risposto “Posso solo farli vedere il mio tatuaggio, non ne ho altri e non me lo sono fatta da sola. Potrei portarli lì.”

Non ci sono parole, immagini o luoghi che possano davvero farci sentire cosa è stato l’olocausto ma il ricordo è la cosa più importante che possiamo coltivare perché nessun altro passi questo inferno.

Ho imparato cos’è la shoah. Che fino ad allora era la MIA SHOAH, era la MIA BIRKENAU. Dopo aver visitato la Polonia e aver visto cos’erano i ghetti, cos’erano le fasce con la stella di David. (…)Dal 1939…io ero stata lì nel 1944. E allora ho capito che non avevo nessun diritto: è la NOSTRA SHOAH, LA NOSTRA BIRKENAU. E allora si vede che ho elaborato, dovevo comprendere cos’era successo, quale era la mia patria, chi ero io. Dove sono? Cos’ho fatto? Ma ci sono domande alle quali non ci sono risposte.

CIRCOLO CULTURALE SANDRO PERTINI dell’isola d’Elba Presidente onoraria Diomira Pertini

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