PROGETTO MEMORIA


 

Creiamo un nuovo spazio all'interno del sito del circolo Pertini, dedicato al "Progetto memoria", impegno che viene da lontano e precisamente dal mondo della scuola; un piano culturale fatto proprio dalla nostra associazione per tentare, magari insieme ad altri enti, di creare un vero e proprio "Museo della memoria", o "Museo della gente", fatto di testimonianze di persone in grado di dare un contributo alla ricostruzione, in modo diretto, della storia locale di questi ultimi decenni. L'iniziativa sorse nella scuola media Pascoli alcuni anni fa e diversi studenti coinvolsero parenti, nonni, zii, genitori. Li intervistarono e produssero documenti di sicuro interesse e valore didattico e sociale. Certi testimoni del tempo furono convocati nella scuola come il pretore Della Valle, Taddeo Taddei Castelli, Mario Castells, Giuliana Forensi e altri.

Invitiamo chiunque a contribuire inviandoci la propria storia, la propria testimonianza e potremo qui fare un'ampia raccolta di questi documenti che possono essere colmi di scritti, immagini, foto e altro. Puntiamo anche realizzare un Cd conseguente che distribuiremo e una pubblicazione. Iniziamo col rendere noto il lavoro di Violetta Amore, forse uno dei lavori di maggior valore. Chi avrà avuto la bontà di leggere questo affascinante documento di 32 pagine, è pregato di inviare un commento.


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Adorno Picchi mi ha raccontato e fornito materiali sulla sua storia elbana ed ecco che abbiamo composto la sua narrazione davvero originale e significativa.

Memorie di carattere storico anche se non ne hanno il rigore necessario, perché frutto di ricordi, di elaborazioni personali.

“Agosto ormai era agli sgoccioli e gli incontri con la mia Zevia, si erano diradati. La conobbi vicino a Procchio, passava in bicicletta e me ne innamorai a prima vista.

Io ero in servizio militare alla batteria di quel paese; il comando germanico si apprestava a tentare la conquista dell’Arcipelago e dell’Elba in particolare, per poi conquistare la costa Toscana e quindi la difesa dell’isola richiedeva un servizio sulla costa più serrato, in particolare dopo lo storico 8 settembre 1943.

Il generale Badoglio firmò l’armistizio e fuggì con il re a Brindisi.

I tedeschi attuarono immediatamente il piano già predisposto per l’occupazione della penisola e i soldati italiani che rifiutavano di arrendersi erano massacrati.

Una pagina di storia assai dolorosa per l’Italia .

All’Elba l’8 settembre fu ignorato nel suo significato militare, la popolazione in buona parte decise di resistere ai tedeschi. Mentre il generale che comandava all’Elba, chiamato “Giovannino”, decise per la resa. Non la pensava allo stesso modo il colonnello D’Alessio, che assunse il comando e decise di resistere per impedire che l’isola cadesse in mano ai germanici.

Esattamente ero impegnato a Campo ai Peri, ma fui spostato proprio in quei giorni alla batteria dei Marmi a Procchio.

I sistemi di difesa all’isola li conoscevo bene, erano costituti da batterie con cannoni gestiti dall’artiglieria, come quella dei Marmi comandata dal capitano Barsanti, un richiamato di Livorno, funzionario in una banca.

A Lacona ce ne erano altre 2; a Campo ai Peri tra fanteria, genio e artiglieri si contavano 3500 uomini, più la Marina con altre postazioni, tra cui al Falcone, all’Enfola e alle Grotte nella zona di Portoferraio.

Ero quindi sottufficiale di artiglieria, capo pattuglia O.C. (Osservazione e Collegamento) dell’osservatorio di Monte Castello che si affacciava sul golfo di Procchio, e ricevetti, come tutte le truppe che presidiano l’isola d’Elba, l’ordine dal comandante colonnello D’Alessio di non arrendersi ai tedeschi e di rinforzare le difese.

Condivisi da subito quella nuova situazione, non avevo mai digerito quell’alleanza tra Hitler, Mussolini e tutti gli squadristi.

Già 10 anni prima, poco più che un ragazzo, avevo aderito al partito socialista italiano. Assaporavo l’ora della riscossa e sapevo che anche a Pianosa molti compagni erano stati in galera, come detenuti politici, e 8 anni prima, nel 1935, Sandro Pertini, avvocato, aveva lasciato quell’isola, dopo anni di reclusione perché antifascista, condannato poi al confino di Ponza.

Alle ore 5,45, del 10 settembre 1943, in un’alba limpida annunciatrice di una splendida giornata di sole, ero di guardia, insieme a Giovanni Renzucci, sul colle di fronte al golfo di Procchio.

Il paradiso doveva di certo somigliare all’isola d’Elba e ammirai ancora una volta il panorama del verde della macchia mediterranea che si fondeva con l’azzurro del mare e del cielo.

Mentre mi gustavo questa visione, furono scoperte diverse zattere tedesche al largo del golfo, che tentavano lo sbarco sull’isola.

Le truppe di fanteria dislocate in zona aprirono immediatamente il fuoco appena il nemico fu a tiro, ma non riuscendo a fermarli, chiesero l’appoggio dell’artiglieria pesante.

In quel momento, il tenente colonnello Manzutti, di Pistoia, che comandava l’osservatorio di monte Castello ed il suo secondo, tenente Vestrini di Rosignano, erano presso la palazzina del comando, distante dall’osservatorio, in località Literno, per cui come sottufficiale venni autorizzato a condurre la battaglia.

Immediatamente mi posi alla guida del telemetro - 150 prismi - con il quale era possibile perlustrare la costa fino a Livorno, La Spezia, oltre che quella nord-occidentale della Corsica. Detti istruzioni alla batteria distante circa 3 chilometri sulla direzione da dare al “tiro a obice” del cannone, direzione in alto, direzione in meno a destra. Si aggiustava il tiro con l’alzo e la direzione e veniva impostato il tempo di esplosione tra una bomba e l’altra.

Una volta centrato il bersaglio, il cannoneggiamento si fa “accelerato”, che in gergo significa colpo “a strappo” e cioè ogni 20 secondi.

Dopo circa 45 minuti di estenuante battaglia, e con il rischio che il cannone esplodesse per l’eccessivo surriscaldamento, le truppe tedesche lanciarono dei fumogeni per coprire la ritirata, poi i mezzi della Marina Militare isolana posero la parola fine al tentativo di sbarco da parte dei tedeschi.

Ma l’entusiasmo per la vittoria durò poco. Al mattino, del giorno 16, aerei tedeschi iniziarono un bombardamento a tappeto non solo sull’area della battaglia che avevo vissuto a Procchio, ma anche su Portoferraio provocando morte e distruzioni.

Poco dopo, le nostre truppe ricevettero il contrordine: recarsi a Portoferraio e consegnare le armi ai tedeschi.

A quel punto radunai i miei compagni dicendo loro che erano liberi di scegliere: o consegnarsi ai tedeschi o darsi alla macchia.

Io scelsi di non arrendermi al nemico.

Dopo quel fatidico 10 settembre, dovendomi nascondere nei boschi persi i contatti regolari con Zevia. Ma non rinunciammo a qualche incontro seppure fossero molto pericolosi per entrambi.

Fu un periodo di continui spostamenti, di fortissimi disagi, anche se, contrariamente a molti nelle mie stesse condizioni, potevo contare sui familiari della mia fidanzata, i quali, a loro rischio e pericolo, organizzavano il mio approvvigionamento, riuscendo a farmi pervenire da mangiare e da vestire, con mille stratagemmi, per evitare i controlli di nazifascisti.

Era prudente che rimanessi a lungo da solo nella macchia, ma alcune volte mi incontravo con un elbano, Vinterle Segnini, che, come me, condivideva quella vita da animale braccato dalle ispezioni.

Era, comunque, troppo pericoloso per tutti, bastava una spiata per finire nelle mani naziste, nessuno escluso. I rastrellamenti erano continui.

Passavano le settimane e i primi di novembre decisi che prima che fosse troppo tardi, era opportuno lasciare l’isola, ma c’era una “pratica” da sbrigare: c’era da sposare Zevia.

Lei aveva già da allora una forte personalità; pur giovanissima, e nonostante i tentativi dei suoi genitori di farle cambiare idea, decise di seguirmi e di acconsentire alle nozze.

E fu così che in accordo con il parroco di Marina di Campo, (lei abitava a La Pila) e grazie alla copertura del Maresciallo dei Carabinieri del paese, istituzionalmente comandato alla mia cattura, alla presenza di due testimoni “affidabili”, Ezio Dini e il segretario comunale o comandante del dazio, non ricordo bene, Zevia ed io ci sposammo il 27 novembre, alle 18, nella chiesa di S.Gaetano a Marina di Campo.

Il 13 dicembre 1943, grazie alla complicità, o per meglio dire alla solidarietà, del finanziere Pozzi, incaricato di ispezionare, insieme ad un militare tedesco, merci e passeggeri delle imbarcazioni nel piccolo porto di Marciana Marina, approfittando del premeditato allontanamento dei due militari di ronda, riuscimmo a fuggire via mare.

Aiutai Zevia a saltare su di una barca carica di botti di vino, ormeggiata nel porto, che sapevo già ispezionata, che aveva come destinazione il porto di Piombino. Tutto filò liscio, anche se passammo ora di trepidazione, e raggiungemmo il “continente”.

Raggiunto Tremoleto, lasciai la mia giovanissima moglie in compagnia di mia nonna e continuai la clandestinità per la lotta partigiana, che era iniziata all’Elba.
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1943 postazione militare a Procchio
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Adorno Picchi a Campo ai Peri
Completiamo il racconto di Adorno con il verbale militare, che dovrebbe essere autentico, fornitomi dalla moglie di Bruno Mibelli, l'autore materiale del documento, il quale definisce con maggiore ufficialità quanto accadde quel 10 settembre 1943. 
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CIRCOLO CULTURALE SANDRO PERTINI dell’isola d’Elba Presidente onoraria Diomira Pertini

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