GRAZIA VONA ALLA CERIMONIA DEL 2015 PER RICORDARE SUO PADRE E IL COMANDANTE MASSIMO--VEDASI LINK

http://circolopertinielba.org/index.php/attivita/999-giorno-della-memoria-al-molo-massimo

 

 

 

Una socia del circolo Pertini, molto speciale, qual è la dottoressa Grazia Vona, ha voluto ricostruire con maggiori dettagli, compresa una sintesi della storia della sua famiglia, le vicende che già aveva narrato per noi, ricostruendo momenti storici importanti del 1943 e seguenti, grazie alla testimonianza del suo padre Rodolfo Vona, protagonista insieme a Giuseppe Massimo, comandante del porto in quei tempi.

La storia che ci ha dato la trovo eccezionale, come grande è stata la famiglia di Grazia e altrettanto la  nuova famiglia che lei ha creato con suo marito Mario. Persone del genere fanno "scuola" e danno speranze di un futuro mogliore, in un mondo che pare allo sbando e privo di valori.

 

 

gruppo di marinai della Cp a Portoferraio agli inizi del 1943

 

 

 

Vona, il marinaio alto, nel marzo 1943, e un capodoglio a Portoferraio

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Memorie del 1943, di Grazie Vona, figlia del segretario del comandante del Porto, Maggiore Giuseppe Massimo, Rodolfo Vona

 

 

 

Mio padre, Rodolfo Vona, era segretario del comandante del porto , il Maggiore Giuseppe Massimo. Nel corso degli anni mi ha raccontato  le vicende di quel terribile 16 settembre 1943.  Dopo il bombardamento tedesco che colpì Portoferraio,  partecipò al soccorso della popolazione, cui tutti i militari della Marina aderirono, senza risparmiarsi(1). Poi mio padre cominciò a selezionare i documenti identificativi dei marinai ed i cifrari, che quotidianamente riceveva e decifrava, per conoscere gli ordini. Era necessario nascondere tali dati, per non farli cadere in mano dei nazisti. Il bombardamento tedesco, ovviamente, fu seguito dall'occupazione di Portoferraio. Nessuno degli uomini di stanza nel comando della Marina di Portoferraio, fino ad allora,  aveva abbandonato il proprio posto dopo l’8 settembre e in tanti, compreso il comandante Massimo e mio padre,  erano antifascisti e antinazisti. Per quel che riguarda mio padre, il suo antifascismo veniva da lontano e risaliva a prima di essere arruolato, grazie alla sua  tradizione familiare: mio nonno Giacinto era un convinto socialista.

 

                              quel bombardamento nazista di Portoferraio

 

 

 

 

Prima che atterrassero i paracadutisti tedeschi alla Linguella, mio padre caricò i documenti che aveva selezionato, riguardanti i militari, su una carriola e li portò al teatro Napoleonico dei Vigilanti e li nascose sotto le assi del palcoscenico. I documenti di carattere militare non potevano essere distrutti, ma preservati o nascosti, visto il sopravvenire dei nemici, lo scopo era quello di salvare la vita dei suoi compagni, nascondendo possibili preziose informazioni Poi ritornò di corsa al comando, proprio quando il lancio dei paracadutisti tedeschi stava iniziando. Mi disse che sapeva che in altre caserme, erano stati radunati gli ufficiali e i soldati italiani, dai tedeschi, che poi li avviavano alla deportazione nei lager nazisti. Mio padre cercò di evitare tale sorte. Per questa ragione recuperò due impermeabili, uno per sé ed uno per il comandante Massimo; indossandoli nascondevano le divise militari che ancora indossavano,  per salvarsi da quella brutta deportazione. Ormai tutto era perduto.  Ma il comandante non voleva  muoversi dal proprio posto. L’arrivo dei tedeschi procedeva, per fortuna a rilento. Non era per loro semplice atterrare su una striscia di terra esigua, qual è la Linguella di Portoferraio e molti finirono in mare ed erano in difficoltà a causa anche del peso delle armi e dei caricatori,  infatti scendevano dal cielo sparando. Mio padre ruppe gli indugi trascinò fuori Massimo e lo spinse su di una barca a motore, trovata fortunatamente ancora ancorata, l'ultima. Provò ad avviare il motore ma non ne voleva sapere di partire. Intanto alcuni paracadutisti tedeschi avevano raggiunto terra e gli uffici del comando militare. Finalmente, agendo in due,  riuscirono a partire e procedettero a tutta velocità, zigzagando in  mare, mentre delle mitragliate fischiavano alle loro spalle o colpivano l’acqua nei pressi della barca.

 

                                    

 

 

Vona e il distintivo della brigata partigiana Garibaldi

 

                                                   Massimo nel 1943

Arrivarono presto alla costa riese, verso nord est dell'Elba, nei pressi della villa di un’anziana ballerina(2), una zona isolata chiamata Nisporto. Mio padre, dopo essere arrivati, tolse il tappo ed  affondò la barca per non lasciare tracce. L'ex ballerina diede loro degli abiti civili ed ospitò il comandante.

 

 

 

 

Rodolfo si recò presso l’abitazione di un pescatore che conosceva. Negli anni della guerra gli aveva consentito di pescare, sebbene non avesse potuto rinnovare la licenza, per consentirgli di vivere. A questo pescatore, che aveva anche un piccolo appezzamento di terreno, mio padre chiese di trovare un rifugio più sicuro per il comandante, cosa che egli fece. (1) Mio padre invece rimase alla macchia per molto tempo. Aveva abiti civili, ma scarpe militari che lo avrebbero reso identificabile.

 

 

la costa elbana dove si rifugiarono

 

Il pescatore, in seguito, aiutò ad organizzare la fuga del comandante Massimo in continente, in barca, perché i nazisti erano sulle sue tracce. Ma il  futuro per lui ebbe un esito tragico.  Fu catturato a Firenze, deportato e ucciso. Anche mio padre si decise a partire, visti i continui rastrellamenti tedeschi. Una volta per sfuggire ad un controllo si gettò in un cespuglio di rovi, dal quale uscì dopo ore,  sanguinante. Decise  che era meglio combattere i nazifascisti che nascondersi. Grazie al suo amico pescatore, ebbe anche lui una barca e di notte partì remando fino a Livorno. Un viaggio lungo, molto faticoso e pericoloso. Nella città labronica salì su un treno per La Spezia, per proseguire poi alla volta di Milano e quindi raggiungere la sua casa.

Era con abiti civili nuovi che gli aveva dato sempre quel pescatore, si era rasato e ben pulito, ma aveva sempre l'incubo di quelle scarpe militari, trovarne altre era impossibile. Arrivò  in mezzo a bombardamenti del treno e fece anche tratti di strada a piedi. Nella nostra città raggiunse con gioia la sua casa e ci trovò solo mio nonno Giacinto, che era rimasto in città per lavorare,  mentre la famiglia, cioè sua mamma, il fratello e le sorelle, erano sfollati ad Azzano, un paesino sul lago di Como. Entrò nella casa milanese di notte ed uscì all’alba del giorno successivo, per evitare di essere visto e denunciato come disertore.

 

 

lago di Como

 

Arrivò a Como e scoprì però che il battello per Azzano, causa la guerra, non viaggiava che la sera. Cercò di non farsi notare. Era inverno e così entrò nei negozi , ogni tanto, per riscaldarsi e arrivò anche a farsi fare la manicure, per stare un po' al caldo, operazione poco consona per un militare in fuga. Arrivò finalmente ad Azzano, si nascose agli occhi della sorella più piccola, che proprio in quel momento stava tornando a casa, portando una tazza di latte avuta da una vicina. Volle evitare che le sue espressioni gioiose nel rivederlo, destassero attenzione sulla sua presenza. Doveva rimanere “invisibile” a tutti. Quando arrivò alla casa dove era il resto della sua famiglia, mia nonna stentò inizialmente a riconoscerlo, mio padre era notevolmente dimagrito e soprattutto lei pensava fosse prigioniero o peggio ancora, che fosse deceduto, non avendo ricevuto notizie da molto tempo. Mio padre, tramite mio zio, suo fratello, più giovane di due anni, già entrato nella lotta partigiana nel settembre 43, entrò nella 52esima  Brigata Garibaldi sezione Clerici, nei primi mesi del 44. Ma rimase nascosto vari mesi, per riprendere forza fisica, e si rifugiò nel convento dei cappuccini di Dongo, da padre Prospero che  dava aiuto ai partigiani lariani. Li nascondeva, se braccati o li curava, se feriti,  favorendo comunicazioni tra i diversi gruppi di lotta e portava anche loro messaggi sfruttando la libertà di movimento che il suo essere frate gli consentiva. Mio padre, per le sue competenze tecniche, fu incaricato insieme all’ingegner Prandelli, della difesa della Falck a Dongo. Il suo nome di battaglia era Varo e il suo comandante era Pedro e la sua brigata fu quella che arrestò Mussolini.

 

 

DOPO LA GUERRA

Dopo la guerra mio padre tornò a vivere e a lavorare a Milano. Fino agli anni cinquanta, dopo il lavoro, prendeva il treno e andava ad insegnare disegno tecnico, gratuitamente, alle scuole serali professionali del comune di Brugherio.  Era convinto che fornire opportunità di educazione e istruzione ai giovani, soprattutto a coloro che la guerra aveva reso orfani o impoveriti, ma che volevano vivere a pieno, fosse fondamentale per costruire un’Italia nuova. In quegli anni conobbe  e nel 1954 sposò mia madre Maria Malgrati, che era la migliore amica della fidanzata del fratello di mio padre. Dal loro matrimonio sono nata io e poi mio fratello Fabrizio che però non è vissuto. Un dolore che ci ha sempre accompagnato, ma che ci ha pure fortificati. La nostra è stata una famiglia molto unita dove il rispetto e l’affetto sono stati il fondamento dei nostri rapporti sempre, a casa mia si parlava e discuteva di tutto. Sono stata educata ad un grande realismo, a confrontarmi con tutti, a riconoscere gli errori e a chiedere scusa se necessario. Ho imparato a  fare i conti con le conseguenze delle mie azioni, a non considerare solo le difficoltà delle situazioni, ma se possibile a trasformarle in occasioni positive. I miei erano esempio concreto di tutto ciò.  Mio padre adorava raccontarmi le vicende da lui vissute all’Elba durante la seconda guerra mondiale, il periodo da partigiano, i rischi corsi per amore della libertà, la fiducia che si può sempre costruire ed imparare. Ricordo che nell’estate del 2004, qualche mese  prima che  papà morisse, mio marito io e i miei figli abbiamo fatto una piccola vacanza all’Elba perché volevo vedere con i miei occhi i luoghi dei racconti di mio padre. Non aveva mai voluto tornare, perché diceva di provare troppo dolore il ricordo di quei luoghi e del comandante Massimo. Gli portai la foto della targa del pontile, allora intitolato al comandante e vidi quell’uomo vecchio ma forte come una roccia, piangere di dolore e di commozione.

Mio padre e mia madre sono morti dopo pochi mesi dall’aver festeggiato cinquanta anni di matrimonio a soli ventisei giorni di distanza l’uno dall’altra. Ho pensato spesso all’eredità che mi hanno lasciato. In particolar modo mio padre mi ha testimoniato con la sua vita,  che  il coraggio di vivere non è non aver paura, ma mettersi sempre in gioco rischiando in prima persona per ciò che si ritiene vero e giusto,  dando comunque il meglio di se stessi, perché una strada per costruire qualcosa di valido c’è sempre. Mi ha insegnato che il passato è il fondamento del presente e la prospettiva del futuro, per questo non va dimenticato e credo che in questo tempo storico così travagliato e confuso, sia proprio necessario.

 

QUALCHE NOTIZIA SU' GRAZIA VONA

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Sono nata a Milano il 30 giugno del 55 ho frequentato il liceo classico  poi la facoltà di lettere moderne all'’università Cattolica. Mi sono laureata in storia contemporanea ,ho insegnato lettere in istituti superiori di Milano fino al 93 poi ho frequentato due scuole di specializzazione post laurea di tre anni ciascuna di consulenza familiare una e di counselling la seconda. Sono rimasta a lavorare nel mondo della scuola  come libera professionista prestando consulenza anche in studio privato come consulente familiare e counsellor genitoriale dal 2005 ad oggi. Ho due figli adottati Massimiliano 23 anni che frequenta l’università a Londra,  Francesca 18 anni che fa la quinta superiore e uno in affido Fabio 15 anni, che è rientrato in famiglia d’origine. Sono sposata con Mario dal giugno del 1980. Ho molteplici interessi dall’arte, al teatro ,alla lettura .Ma la mia vera grande passione è rimasta la storia contemporanea ed in particolare la dittatura fascista ed il secondo conflitto mondiale che continuo a studiare

 

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NOTE

  1. quanto narra la dottoressa Grazia Vona è in linea con la narrazione del compianto Mario Castells- si veda il seguente link  http://circolopertinielba.org/index.php/progetto-memoria/302-che-giorno-e-che-notte-quel-16-settembre-1943

    1. si tratta probabilmente di Lucia Galli -vedsai altro link

              http://www.mucchioselvaggio.org/FOTO_C7/NUMERI/16/16-39.pdf

 

 

ECCO LE FOTO DELLA FAMIGLIA VONA, I GENITORI DI GRAZIA E LA FAMIGLIA CHE LEI HA CREATO COL MARITO MARIO

 

 

RODOLFO E MARIA SPOSI

 

             MARIA E RODOLFO FESTEGGIANO ANNIVERSARIO

 

 

 

 

LA FAMIGLIA DI GRAZIA

 

SOTTO

GRAZIA DA PICCOLA CON I SUOI GENITORI

 

CIRCOLO CULTURALE SANDRO PERTINI dell’isola d’Elba Presidente onoraria Diomira Pertini

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