ADRIANO PIERULIVO, ASSISI, VITTORIA INTERNAZIONALE CON LUCY

 

Ribalta mondiale, vincendo il Premio Letterario internazionale «L’Essere Armonia», per il maestro sampierese Adriano Pierulivo che ha trionfato ad Assisi, grazie al racconto breve “Lucy”. Lo scrittore e poeta, nonché a suo tempo regista teatrale con la compagnia La Ginestra di Seccheto, e tutt'ora nel mondo della scuola, ha scelto di scrivere di uno dei massimi temi d'attualità e infatti il suo racconto (che pubblichiamo integrale più sotto) tratta della tragedia degli immigrati e del razzismo. A fare da cerimoniere alla premiazione di Assisi è stato Jacopo Celona, presidente della Biennale di Firenze, e quindi Pierulivo ha dovuto battere scrittori di varie parti del globo, conquistando un'affermazione di sicuro valore. ”Sono condannato al lavoro didattico “forzato” , sono l'insegnante più anziano in servizio della provincia di Livorno,- ha detto ricevendo il trofeo, che prevede anche la pubblicazione di suoi scritti- sono condannato a restare ancora grazie alla Fornero. Sono antirazzista e antifascista. Primo su 114 racconti, però..”. Il racconto mette a fuoco la terribile vita di una bambina nigeriana, accolta in Italia con i barconi di Lampedusa e nonostante i tentativi di inserimento, la vicenda risulterà negativa, grazie anche alla discriminazione razziale. Vittorie anche nel passato per l'elbano, la lista dei suoi trofei è lunga. Ha pubblicato a Livorno la raccolta di poesie “Isole dentro" e con il secondo testo “Livorno e zone limitrofe” ha vinto un concorso nazionale. Primo pure al Premio letterario nazionale “ Athena spazio Arte”, e prima ancora, nel 2005, si aggiudicò il massimo trofeo per la poesia in vernacolo, al Sestini di Capoliveri, con Scirocco. Ancora successo a Finale Ligure con la poesia in vernacolo 13-03-53 e nel 2015, a Piombino, ha bissato la vittoria  con “Athena” grazie a "Non andare nel parco",  racconto sul tema del femmincidio.

 

IL RACCONTO PREMIATO

 

LUCY

 

Forse saranno le otto e forse saranno sei metri. Forse. Ma cosa importa? Sei, cinque, quattro; non importa l’altezza, importa quando e dove. Quando, adesso. Dove, qui. Dopo non ci sarà più nulla da ricordare, non vedrò più le luci lontane della mia infanzia e i sogni rimarranno dove dovrebbero stare. Sempre.  Nel mondo dell’impossibile, nel mondo di quelli che stanno bene, di quelli che ridono e non gli importa, di quelli che sollevano le certezze e te le sbattono davanti gli occhi e tu per loro non sei nulla, meno di  un’ombra del muro, meno di un soffio del vento della mia terra.
La mia terra: così lontana, così piena di odori, di sapori, di caldo. Qui non ho mai caldo, nemmeno ad  agosto. Nemmeno quando gli altri appassiscono con un gelato in mano e camminano bagnandosi la testa.  Il mio caldo è nei ricordi, è un punto lontano nel mio villaggio e ha il sapore della spensieratezza, dell’innocenza, dell’incoscienza dei ragazzi alle prime esperienze. Così era la vita.
Poi, arrivarono quelli di Boko Haram e con i camion bloccarono le strade. Minarono le case del villaggio e  tagliarono la gola a tutti gli uomini che trovavano.
Il mio papà fu uno dei primi a cadere con la gola squarciata, nella polvere della piazza, mentre cercava di  difendere uno dei miei fratelli. Anche loro uccisi subito. Così morì Hamel che era il mio compagno di banco  e aveva gli occhi pieni di pagliuzze. Loro non erano un gran che come merce di scambio, come bottino di  guerra. Le donne giovani sì che erano prede interessanti: caricate sui camion,venivano picchiate e rese  docili dalla ferocia dei soldati. Sarebbero diventate oggetto di piacere. Anche le bimbe come me, soprattutto le bimbe come me erano l’oro nero che andavano cercando. Ma la fortuna fu dalla mia parte; insieme alla mia amica del cuore, mi nascosi in una buca del terreno. Coperte di terra e foglie, aspettammo  la notte per uscire. Il pianto dei sopravvissuti copriva l’odore della carne bruciacchiata e degli escrementi.
Per la prima volta assaporai la paura, fisica e mentale. Mi pisciai addosso senza accorgermene e il terrore di quei momenti mi è rimasto addosso e mi ha  accompagnato nel dopo, fino ad ora. Ora che sono qui e conto i metri e le ore. La mia mamma ritornò il giorno dopo. La visita che aveva fatto ai suoi genitori le aveva salvato la vita.  Decidemmo di partire al più presto. Il tempo necessario per vendere tutto e racimolare i soldi necessari ad  attraversare il deserto e il mare. Chissà com’era il mare. Forse era verde come gli occhi dei serpenti o grigio  come le proboscidi degli elefanti. Partimmo una notte e viaggiammo solo nel buio dei deserti.
Un viaggio di trenta notti in luoghi a me sconosciuti, senza poter cucinare il cibo e con l’acqua razionata. La  mia mamma mi sorrideva sempre e a volte sorrideva agli autisti e alle guide.  
Ogni tanto spariva con qualcuno di loro e quando ritornava portava sempre qualcosa: una razione di pane  in più, una bottiglia di succo di frutta, qualcosa di pulito da mettersi. Una volta ritornò con uno specchietto da toilette. Iniziò a pettinarsi lentamente, ma quando mi posi dietro di lei per osservarmi nello specchio, mi accorsi che piangeva. Non erano lacrime di malinconia. Erano lacrime di disperazione. Per la seconda volta  provai una paura folle, incontrollabile. Il viaggio finì e il mare arrivò prima che lo vedessi. Lo sentii da dietro  una duna. Il sapore della salsedine mi catturò i sensi e per un attimo rimasi stordita. Ero felice nella disperazione. Il resto non conta. I giorni passati nell’accampamento ad aspettare la barca giusta, le urla dei trafficanti e le loro imposizioni, il pianto continuo dei bimbi e il borbottio rassegnato dei  vecchi. Imbarcammo in una notte coperta di stelle e di vento . Accatastati, pigiati nel buio.
Nel silenzio della paura con gli odori nauseabondi dei corpi che coprivano l’odore della notte, ognuno sperava e pregava, pregava e sperava. Mi addormentai abbracciata alla mia mamma .Il suono improvviso di una sirena  mi svegliò di soprassalto. La barca sembrava abbandonata e una nave si stava avvicinando.             
 “Guardia Costiera” si avvicinò fino a toccarci. Ci fecero salire, ci rifocillarono, ci vestirono, ci sorrisero.   O almeno lo fecero alcuni di loro. Finimmo in un altro campo e dopo un tempo infinito, ci smistarono. “ Casa Famiglia” era la mia nuova sistemazione. Venivano i medici, uomini e donne in divisa e volontari che  ci portavano da bere, da mangiare, da leggere. Non si stava poi tanto male, in fondo. C’era soprattutto la mia mamma. Che un giorno partì. Per raggiungere la zia, in Francia. Insieme avrebbero trovato lavoro e poi  mi avrebbero chiamato. La nostra famiglia si sarebbe riformata. Intanto, io sarei dovuta rimanere. Sarei stata d’impiccio, avrei rallentato le loro possibilità. Anche questa volta non riuscii a controllare le mie paure.
Pensai che non l’avrei più rivista . Pensai che non avrei avuto nessuna possibilità di cavarmela da sola. Ma a  tutto c’è una soluzione e prima che la mamma partisse, con il suo assenso, venni data in affido ad una famiglia di Roma. Erano carini. Sono carini. Gentili, premurosi, attenti. La mia nuova mamma sa come parlarmi e mi piace la  sua mano quando mi accarezza la testa. Il marito non c’è quasi mai. E’ sempre via per lavoro. Quando  viene, mi sorride e mi porta qualche regalo. La domenica andiamo in giro, con l’auto. Passo il tempo a  guardare fuori dal finestrino. E’ tutto bello, talmente bello che ogni tanto mi sembra di vedere la mia capanna e il pozzo, segreto, dove andavo a raccogliere l’acqua. A volte mi sembra tutto un sogno. A volte mi perdo e non so più chi sono. Mi hanno iscritta alla terza media di una scuola vicino casa. I primi giorni  sono stati i più belli. Erano tutti gentili; i professori, i compagni, i genitori dei compagni. Quando è finita la curiosità, ho iniziato ad osservare i particolari. I professori non sorridono quasi mai. Hanno sempre fretta e
non si occupano della disciplina. Gli sta bene tutto. Solo in casi particolari, scrivono una nota o un tre sul registro. Non ascoltano i discorsi dei ragazzi, non intervengono. Nemmeno quando sentono insultare il titolare del nome della scuola. Scuola secondaria di primo grado “ Peppino Impastato”. Dicono che fu  ucciso dalla mafia, ma i miei compagni lo deridono. “ Che si fosse fatto i cazzi suoi”. L’ho sentito dire tante volte, tra un messaggino e l’altro, tra un pettegolezzo e l’altro. Milvio non è così. E’ il mio nuovo compagno  di banco.  Silenzioso. Preciso. Studioso e con un sacco di compagni a fargli da contorno. E’ bello. Forse mi ricorda  Hamel. Anche lui ha le pagliuzze dorate negli occhi e quando lo guardo , per un po’ dimentico il mio passato. Dimentico che la mia mamma naturale da tre mesi non si fa più viva e che la zia mi ha fatto sapere che non si fa più viva nemmeno con lei. Dove sei mamma, ora? Così, ieri ho sorriso a Milvio. Gli ho sorriso
come si sorride ad una persona unica al mondo e gli ho sfiorato un braccio con una carezza. L’insegnante di  religione doveva ancora arrivare ed era uno di quei momenti in cui le parole e i gesti volano. Lui ha incrociato il mio sguardo. Il mio doveva essere carico di sentimenti. C’era la storia della mia vita in quello sguardo. Il suo lo ha spostato sui suoi compagni e si è messo a ridere. Hanno riso tutti.“ A Milvio, anvedi,  hai fatto colpo.” “ Sì, sulla scimmietta …” “ E che vole la scimmietta? ‘a banana?”“ Uh, uh, uh.” Subito non ho capito, ho pensato ad uno scherzo, ad un gioco che non conoscevo. Poi, ho visto i gesti, i movimenti con  la bocca e con le mani. Non erano tanto diversi da quelli che i trafficanti facevano a mia madre e ho rivisto  quello specchio e le sue lacrime riflesse nel vetro. La vergogna si è impadronita di me, improvvisamente.
Ho preso i libri e sono fuggita nel corridoio. Dietro sentivo il coro che diventava sempre più flebile: “ Uh,  uh, uh.” Nel pomeriggio la scuola ha telefonato alla mia nuova famiglia. Mi hanno chiesto qualcosa ma non  ho risposto qualcosa. I miei nuovi genitori si sono messi a confabulare tra loro e la mia nuova mamma, accarezzandomi la testa  ha detto “ Non lo fare mai più, mai più, capito? Così ci farai impazzire.” No, non lo farò mai più, mamma. Sono appena uscita di casa con i libri sotto il braccio. Forse piove. Forse saranno le otto, forse saranno sei metri. O quattro o cinque. Lungotevere della Vittoria, qui vivevano gli eroi. Chissà se  quest’acqua finirà nel mare, mamma? Quel mare che abbiamo sentito in mezzo al deserto, quel mare che  ci faceva paura. Ma ora non ho più paura , mamma. Tanto lo so che tu sei già nel mare e che ci sono anche il papà , Hamel e i miei fratelli. Saranno sei metri, mamma: aspettami. (ADRIANO PIERULIVO)

CIRCOLO CULTURALE SANDRO PERTINI dell’isola d’Elba Presidente onoraria Diomira Pertini

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