Il nostro socio tessera n°1 si fa sentire dopo la tragedia del Giglio che ha visto andare in onda vite perse e danni milionari probabilmente per la scelleratezza umana....poi da geologo ci regala un suo studio sui minerali elbani
Ora basta. La tragedia della Costa Concordia al Giglio e le tonnellate di materiali tossici e nocivi dispersi dalla Nave Grimaldi nel mare di Gorgona ,impongono, senza se e senza ma, una marcata accelerata alle norme di navigazione per la salvaguardia dell’ ecologia e dell’ economia dell’ Arcipelago Toscano. Sono passati sedici anni da quando è stato istituito il Parco Nazionale e una decina dalla... nascita del Santuario Internazionale dei Cetacei.Al tempo ero responsabile della presidenza del Parco e l’Ente fu, ed ha continuato ad essere negli anni successivi, il megafono delle istanze che nascevano dalla pubblica opinione, dalle amministrazioni locali, dalle associazioni ambientaliste, forze sociali e produttive per troncare nel mare dell’Arcipelago la navigazione delle petroliere a scafo singolo, lo sversamento in mare dei reflui oleosi del lavaggio delle cisterne, la pesca illegale a strascico sotto costa,l’uso delle spatare. Ci furono meritevoli interventi governativi che hanno bandito dal traffico le carrette del mare, rafforzato i controlli sul conferimento ai porti attrezzati dei lavaggi delle cisterne e fortemente contenuto la pesca illegale.Ma non basta. Gli avvenimenti del Giglio e di Gorgona siano almeno utili ad attivare da subito quanto da tempo proposto, istituendo corridoi precisi di navigazione monitorati e distanti dalle isole dell’Arcipelago; istituire anche per le acque dell’ Elba e del Giglio una fascia protetta e giungere finalmente alla corretta definizione giuridica delle Are Marine protette dal Parco Nazionale, uscendo da bizantinismi burocratici e conflitti di competenze che si trascinano da anni . Solo gli stolti possono pensare che il governo Monti ed il ministro Clini abbiano la bacchetta magica, ma la stessa profonda conoscenza che il nuovo ministro dell’Ambiente della Repubblica e l’Assessore all’ Ambiente della Regione Toscana Anna Rita Bramerini possiedono per la salvaguardia del Grande Mare Toscano, impongono da subito duri e coraggiosi interventi.

Prossimo alle stampe un grosso volume monografico di carattere scientifico-divulgativo dedicato al Museo di Mineralogia dell' Università di Firenze, che sarà pubblicato dalla Florence University Press e che raccoglie una serie di contributi su vari temi attinenti il Museo. Nella realizzazione non poteva mancare, segnalata dal nostro socio Giuseppe Tanelli, una parte dedicata alla realtà della mineralogia elbana. Ecco di seguito in anteprima tale scritto.

 

elbaite

ELBAITE ESPOSTA NEL MUSEO FIORENTINO DELL'UNIVERSITA'

 

Monografia : Museo di Storia Naturale della Università di Firenze. Sezione di Mineralogia

La Collezione elbana

Giuseppe Tanelli e Luisa Poggi

Il Museo- Laboratorio Elba

Nel 1835, Emanuele Repetti, nel secondo volume del suo Dizionario geografico fisico della Toscana, scrive : “L’ isola d’ Elba a buon diritto appellare si potrebbe il più dovizioso gabinetto mineralogico della Toscana. E’ questo il sito dove sembra che la natura abbia voluto riunire in un piccolo diametro sorprendenti fenomeni, e tali da richiamarvi costantemente i di lei cultori, spinti ed allettati, non solamente dalla singolare costituzione geognostica di questi monti, ma ancora dalla ricchezza delle miniere, e dalle preziose e variate cristallizzazioni dei molti minerali, che in quelle rocce si aggruppano e in belle forme si accoppiano” (Repetti, 1835).

Negli anni Ottanta dell’Ottocento Bernardino Lotti (1847-1933), al tempo ingegnere del Corpo delle Miniere e in seguito presidente della Società Geologica Italiana, realizzava il primo rilevamento di dettaglio dell’intera Isola d’Elba. Nelle note esplicative, il grande geologo toscano, definì l’Isola: “Un grandioso Museo mineralogico all’ aperto” (Lotti, 1886).

Museo e Gabinetto mineralogico; museo e laboratorio diremmo oggi. Mai definizioni furono più felici.

Il Museo - Laboratorio Elba, si estende dalla costa orientale, dove fra Rio e Calamita si ritrovano i suoi celebri giacimenti a ferro, a quella occidentale, dominata dalla potente mole granitica del Monte Capanne, con i famosi filoni pegmatitici di S. Piero e S. Ilario e le spettacolari esposizioni del suo anello termo metamorfico nelle scogliere di Pomonte e Punta Nera.

Magnifiche cristallizzazioni di ematite e pirite, iridescenti aggregati limonitici, picei cristalli di ilvaite, quarzo prasio e granati; eccezionali aggregati pegmatitici di tormaline, quarzo, ortoclasio, lepidolite, berillo, pollucite e zeoliti, sono le più note eccellenze della mineralogia elbana, ieri come oggi, oggetto di un vasto e pregiato mercato. I minerali elbani sono presenti nei più prestigiosi Musei naturalistici del Mondo, studiati in centinaia di opere scientifiche e descritti in numerose opere a carattere didattico e divulgativo (D’Achiardi, 1873; Carobbi e Rodolico, 1976; Tanelli, 1995 ; Orlandi e Pezzotta, 1996; Tanelli e Benvenuti, 1998).

Niccolò Stenone (1638-1686) lo scienziato naturalista, danese di nascita e toscano di adozione, al quale sono legati i prodromi delle moderne conoscenze geologiche e cristallografiche, visitò e studio le mineralizzazioni ferrifere dell’Isola d’Elba. Furono ragionevolmente i peculiari cristalli di ematite di Rio, “i corpi angolari di ferro” come li indica nel suo: “De solido intra solidum naturaliter contento dissertationis prodromus” che contribuirono alla enunciazione dei principi che saranno poi la prima legge della cristallografia: la “Legge della costanza dell’angolo diedro fra le facce omologhe del cristallo” (Casella, 1986). Una legge che apre le nostre conoscenze sulla struttura della materia, e delle quali oggi beneficiamo in molteplici campi scientifici ed tecnologici.

Ad oggi sono 183 i minerali individuati all’Isola d’Elba. Un numero che sale oltre 250 considerando le disquisizioni più o meno “scientifiche”, spesso “politiche” e talora “ridicole”, che a volte accompagnano la definizione delle specie mineralogiche e delle loro varietà.

In accordo con la International Mineralogical Association (IMA), undici minerali sono stati per la prima volta individuati all’Elba, due dei quali, ilvaite e elbaite, ricordano, nel nome latino (Ilva) ed in quello attuale, la loro località tipo. L’ilvaite è un silicato di calcio, presente nelle masse di skarn 2

che da Santa Filomena di Rio a Capo Calamita, accompagnano i giacimenti a ferro.Venne scoperto oltre due secoli fa e le vicende del suo nome possono essere prese come un classico esempio di intreccio fra scienza e politica.

Dapprima, in pieno splendore napoleonico, gli venne dato il nome di “jenite” in onore della battaglia di Jena vinta da Napoleone nel 1806. Successivamente caduto l’astro, venne chiamata “lievrite”, a ricordo di M. Lelievre, ritenuto da alcuni il suo scopritore. Ma a questo punto nascono le questioni, poiché altri ritenevano che la paternità della scoperta fosse di F. de Bellevue, ed altri ancora a D. de Dolomieu. Tutti famosi geologi transalpini. Dolomieu in particolare è ricordato nel nome del carbonato di calcio e magnesio, la dolomite, e nel nome delle nostre Dolomiti, che da questo minerale sono prevalentemente formate. Tornando al silicato di calcio e ferro, l’accordo sul nome venne raggiunto, chiamandolo ilvaite, a ricordo della sua località tipo.

Seguono quindi le “scoperte” della elbaite (gruppo delle tormaline), bonattite, dachiardite, minguzzite, pollucite, uranopolycrase, rubicline, fino alle definizioni, in questi primi anni del terzo millennio, della riomarinaite e delle ramaniti a cesio e rubidio (ima-mineralogy.org ; mindat.org).

Una piccola appendice e una piccola anticipazione. Come vedremo meglio in seguito gli oltre 6000 campioni che formano attualmente la “Collezione elbana” della sezione di Mineralogia del Museo di Storia Naturale di Firenze, derivano per due terzi da due collezioni storiche formate alla fine dell’Ottocento da Raffaello Foresi (1820–1876), uomo di cultura elbano e fiorentino di adozione, e Giorgio Roster (1843–1927), professore di igiene nel R. Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento di Firenze - oggi Università degli Studi - ed elbano di adozione (Tanelli, 2010).

Al Foresi ed al Roster, sono legate due vicende di nomenclatura mineralogica.

Alla fine dell’Ottocento, studiando i minerali delle pegmatiti di Campo venne individuata una “sostanza”, considerata una nuova specie mineralogica, e alla quale venne dato il nome di “foresite” in onore di Raffaello Foresi (Pullè e Capacci, 1874). Successive ricerche cancellarono la foresite fra i nuovi minerali, documentando come la “nuova sostanza” fosse un miscuglio di stilbite e cookeite.

Nelle pegmatiti di Campo venne anche individuata una varietà di berillo, ricca in litio e cesio, ad habitus tabulare e cromaticità da incolore a giallo- rosa, denominata “ rosterite” (Grattarola, 1880). Nel 1908, il grande scienziato russo V.I. Vernadsky (1863-1945), uno dei padri fondatori della geochimica e della geo-ecologia individua nelle pegmatiti granitiche di Lipovka negli Urali centrali, cristalli di berillo ricchi in cesio e litio, denominandoli vorobyevite in onore del mineralista russo V.I.Vorobyev. Narrano le voci che gli era sfuggito il lavoro di Grattarola, anche se, aggiungono le stesse voci, il Vernadsky dopo avere conseguito la laurea nella Università di S. Pietroburgo nel 1885, era andato nella Università di Napoli per seguire gli insegnamenti del celebre mineralista Arcangelo Scacchi (1810-1893), nella cui Miscellanea è tuttora presente la pubblicazione di Grattarola.

Quasi un secolo dopo il lavoro di Grattarola, riprese di diffrazione a raggi x sugli stessi campioni da lui studiati, convalidarono la rosterite come una varietà di berillo (Carobbi e Rodolico, 1976).

Recentemente, in uno studio sulle caratteristiche strutturali della varietà di berillo ricca in cesio e litio, è stato nuovamente lanciato il nome di vorobyevite (Yakubovich et al., 2009). Con questo nome è indicata nelle pagine di mindat.org., ma poiché come sappiamo il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, il minerale, nelle stesse pagine web, è illustrato da una splendida foto di un cristallo incoloro e tabulare di “vera” rosterite proveniente dal “Filone La Speranza” di S.Piero.

Resta inoltre il fatto che fu lo stesso Vernadsky nel 1914, studiando le variegate tormaline dell’Elba, a chiamare “ elbaite” - le voci dicono come gesto riparatore - la tormalina a litio, presente come minerale valido nell’elenco dell’IMA (Ertl, 2008).

Risalgono ai primi anni Quaranta dell’Ottocento i primi studi moderni sulla geologia dell’Elba e la redazione delle carte che ne sintetizzano le caratteristiche litologiche e cronologiche. Nel 1871 Igino Cocchi (1827-1913), professore di geologia nell’ Istituto di Studi Superiori di Firenze e membro della R. Amministrazione Cointeressata, che al tempo gestiva le miniere elbane, pubblica 3

la sua bella opera sulla geologia dell’Elba, corredata di una carta geologica policroma della zona orientale. Seguono poi le opere di Bernardino Lotti nel 1884, per giungere quindi alla carta redatta nel 1969 dai geologi della Università di Pisa e a quella attualmente in corso di pubblicazione, rilevata dai geologi della Università di Firenze (Tanelli, 2007).

La genesi del Museo Elba

Gli splendidi cristalli delle geodi pegmatitiche del Capanne, così come i lucenti cristalli di oligisto e pirite dei giacimenti ferriferi dell’Elba Orientale, sono il prodotto di peculiari fenomeni minerogenetici, sviluppati nelle fasi tardive del magmatismo e della tettonica che fra i 8 ed i 5 milioni di anni fa, al passaggio fra il Miocene ed il Pliocene, ha interessato l’Isola. La loro storia però, in particolare per quanto riguarda i giacimenti a ferro e le masse di skarn ad essi associate, è possibile che inizi attorno a 250 milioni di anni fa, al passaggio fra il Permiano ed il Triassico.

Al tempo la Terra era già vecchia di quasi quattro miliardi di anni e in seguito ad una serie di complesse derive geodinamiche delle placche litosferiche, tutte le aree emerse del Pianeta erano riunite in un grande “Supercontinente”, la Pangea, attorno al quale si estendevano le acque oceaniche della Pantallassa.

Nel margine orientale della Pangea all’altezza dell’equatore, spinte geodinamiche divergenti lacerarono la crosta continentale ed aprirono una vasta depressione nella quale confluirono le acque della Pantallassa. Si forma la Tetide, un vasto golfo marino lontano precursore del Mediterraneo, delimitato a sud dalle terre che poi andranno a costituire il continente africano - nonché, a meno del massiccio calabro-peloritano, la penisola italiana - e a nord dalle terre che formeranno il continente europeo, dal quale si separeranno successivamente il massiccio sardo-corso e quello calabro-peloritano.

Mentre si andava sviluppando il bacino marino tetideo, la Terra venne interessato da drastiche variazioni climatiche ed ambientali, che determinarono la più massiccia delle cinque grandi estinzioni di massa delle specie viventi, animali e vegetali, della Terra negli ultimi 500 milioni di anni. Nell’arco di poche decine di milioni di anni scomparvero attorno al 90 % delle biodiversità terrestri e marine. Al confronto la famosa estinzione di massa nota come “ estinzione dei dinosauri”, avvenuta attorno a 65 milioni di anni al passaggio fra il Cretacico ed il Paleocene, è poca cosa.

Sulle cause che portarono alle variazioni ecologiche Permo-triassiche, le ipotesi ad oggi più accreditate, le collegano alle grandi eruzioni vulcaniche che interessarono le aree settentrionali della Pangea, e i cui prodotti ritroviamo oggi nelle potenti coltri di lave basaltiche che coprono vasti territori della Siberia. In associazione con questo vulcanismo, grandi masse di cenere, pulviscolo e gas (anidride carbonica, biossido di solfo, …), vennero lanciati nella atmosfera.

Durante i ripetuti fenomeni eruttivi si ebbero fasi di oscuramento dei raggi solari e conseguente raffreddamento della superficie terrestre a causa delle eruzioni di ceneri, intercalati con fasi di riscaldamento legati all’effetto serra dovuto alla anidride carbonica immessa nella atmosfera.

In conseguenza di questi fenomeni, si ebbero marcate variazioni nella composizione chimica dell’aria e delle acque continentali e marine, nella attività batterica aerobica ed anaerobica nei terreni, nonché, lungo le zone costiere della Pangea, vasti fenomeni di trasgressione e regressione marina.

Esistono vari indizi scientifici che portano a ritenere come a questi fenomeni Permo-triassici sia associata l’origine prima dei giacimenti ferriferi elbani, precipitati come fanghiglie di ossi-idrossidi di ferro, frammisti ad argille e ciottoli di quarzo, sopra le rocce della Pangea, lungo le coste “africane” della Tetide. All’Elba ritroviamo queste formazioni della antica Pangea nelle rocce Paleozoiche degli “gneiss” di Calamita, nei porfiroidi e scisti porfirici di Ortano e negli scisti grafitosi del Carbonifero di Rio. 4

Successivamente le fanghiglie ferrifere furono ricoperte da sedimenti carbonatici, solfatici e silicatici, e subirono quei fenomeni metamorfici, tettonici e orogenici, che interessarono, fra i 60 ed i 10 milioni di anni, l’area tetidea e portarono alla formazioni delle Alpi prima e dell’Appennino settentrionale poi; del quale l’Elba rappresenta l’estrema propaggine occidentale.

Definito quindi l’assetto strutturale dell’alto Tirreno, attorno a 7 milioni di anni fa si ebbe, la risalita di una massa magmatica di composizione prevalentemente granitica, e la sua messa in posto entro livelli crostali alla profondità di quattro-cinque Km. Dal lento raffreddamento di questo magma e dai fenomeni metamorfici, pegmatitici ed idrotermali ad esso legati, si formarono così le associazioni mineralogiche che, dopo la rimozione delle coperture per cause tettoniche ed erosive, ritroviamo oggi a formare la massa granodioritica del Monte Capanne e i filoni pegmatitici ed aplitici che l’accompagnano, nonché le associazioni mineralogiche del così detto “Anello termometamorfico del Capanne”, derivate dal riscaldamento dei minerali che costituivano le rocce incassanti il magma .

Attorno a due milione di anni dopo dal consolidamento del plutone granitico del Capanne, nel sottosuolo di Porto Azzurro si ebbe la risalita di una nuova massa granitica, oggi affiorante in una limitata area nella zona del Buraccio. Alle azioni metamorfiche, metasomatiche ed idrotermali legate a questo magmatismo sono associati i fenomeni di mobilizzazione e ricristallizzazione delle masse ferrifere dell’ Elba occidentale e la formazione degli adunamenti di silicati di skarn che le accompagnano a Santa Filomena di Rio ed a Calamita (Tanelli, 1983).

Tratteggiata quindi, la consistenza e la genesi del “grandioso Museo mineralogico elbano” vediamo come si è andata formando la Collezione elbana della sezione di Mineralogia del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. Una collezione riconosciuta, come numero e qualità dei campioni, come la più importante e la meglio rappresentativa del “Museo Elba”.

I 6000 elbani

Nel 1825, in Firenze, per i tipi di Attilio Tofani, viene stampata un’opera dal titolo: “Minerali particolari dell’isola d’Elba: ritrovati e raccolti dal signor Giovanni Ammannati tenente dei RR. Cacciatori del primo reggimento reale Ferdinando, descritti dal Profess. Dottore Ottaviano Targioni Tozzetti”.

Ottaviano Targioni Tozzetti (1755-1826) era figlio di Giovanni (1712-1783) e padre di Antonio (1785-1856), la triade di grandi scienziati naturalisti toscani che operarono negli Studi fiorentini, nel R. Museo di Fisica e Storia Naturale di Firenze e nell’Ateneo Pisano per grande parte del XVIII e XIX secolo (Cipriani e Scarpellini, 2007).

Il capolavoro di Giovanni restano le sue monumentali “Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana”; Antonio, insigne botanico, diresse il Giardino dei Semplici di Firenze (attuale Orto botanico del Museo di Storia Naturale), e fu sposo di Fanny Rocchivecchi, la nobildonna fiorentina alla quale Giacomo Leopardi dedicò le sue liriche del Ciclo di Aspasia.

Scrive Ottaviano Targioni Tozzetti, come il Tenente Ammannati fosse stato: “guidato da un genio virtuoso di conoscere le bellezze che la Natura ha sparse in generale nella detta Isola …e che si prese cura di fare scavare, e di raccogliere, e così far conoscere questi singolari bellezze, che ha trovato in un Masso di granito in uno scopeto a S. Pietro in Campo in luogo detto Grotta d’Oggi, in un fondo o possessione appartenente al reverendissimo Prete Sig. Raffaello Pisani ...”

E così, fra l’altro, si incontra per la prima volta un cognome: Pisani, che nelle figure degli elbani Spirito Pisani e cap.Giuseppe Pisani, contribuirono nell’Ottocento a raccogliere e collezionare minerali d’Elba, nonchè di quel Gio.Batta Pisani che fu padrino di Luigi Celleri, il “mineralogista 5

elbano” al quale sono riconducibili i ritrovamenti di molti dei campioni delle collezioni Foresi e Roster (Tanelli, 2007).

Nella seconda metà dell’Ottocento, Raffaello Foresi, in una ventina di anni aveva raccolto migliaia di campioni di minerali dell’Elba. Una collezione speciale di quel “piccolo santuario della natura”, come scrive in una lettera a stampa a Igino Cocchi pubblicata nel 1865. E prosegue: “E ne fan fede (ne parlo a strappabecco per non essere infinito) la serie dell’ilvaite ricca di varietà cristallografiche, gli esemplari nitidissimi di spessartina e melanite, il granato ottaedrico, le tormaline policrome, le molteplici forme e ibridazioni di ferro oligisto, il castore [o petalite] e il polluce perfettamente cristallizzati, e due varietà di berillo, le quali … fuor di modo si differenziano dalle altre del berillo sino al dì d’oggi conosciute” (Foresi, 1865).

Il 20 febbraio 1873, in una palazzina posta un centinaia di metri oltre “ Il Ponticello” che scavalcava lo stretto braccio di mare che al tempo rendeva la città voluta da Cosimo de’ Medici un’isola nell’Isola, veniva inaugurato il Museo Foresi. Nel museo, Raffaello aveva esposto non solo la collezione di minerali, ma anche quella di notevoli manufatti litici e metallici raccolti all’Elba, Pianosa e Montecristo che, per la prima volta, documentavano la frequentazione preistorica e protostorica delle isole dell’Arcipelago. In precedenza la collezione era stata esposta alla Mostra Universale di Parigi del 1867.

Alla inaugurazione del Museo Foresi, come possiamo rilevare dalle firme poste nel Registro dei Visitatori, tuttora conservato negli archivi del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, parteciparono le autorità locali ed una notevole numero di cittadini.

Il Museo era ospitato in uno stabile di proprietà del padre di Raffaello, dopo che erano falliti tutti i tentativi per disporre di un edificio pubblico per esporre le collezioni che, se del caso, sarebbero state donate al Comune. In effetti era stata individuata una sede prestigiosa per il Museo Foresi: la Palazzina dei Mulini, residenza di Napoleone durante il suo breve soggiorno elbano, e lasciata alla città di Portoferraio alla sua partenza dall’Isola. Ma le istanze affinchè il demanio, granducale prima e dello Stato Unitario poi, riconoscesse la donazione e restituissero al Comune di Portoferraio la Palazzina dei Mulini, furono sistematicamente respinte.

La collocazione del Museo Foresi nella Palazzina dei Mulini, sarebbe stato fra l’altro un giusto riconoscimento del ruolo determinante che aveva avuto Vincenzo Foresi, zio di Raffaello, nel finanziare il ritorno a Parigi di Napoleone, come ci dice il caro “grande vecchio” Leonida Foresi, discendente di Vincenzo, giornalista e memoria storica dell’Elba.

In effetti l’apertura ufficiale del Museo Foresi, aveva avuto una anteprima, poiché nel Registro dei Visitatori, alla data del 15 Febbraio 1873 è riportata la nota, scritta ragionevolmente dallo stesso Raffaello Foresi, relativa alla visita del Dr. Heinrich Noé e signora di Mittenwald in Baviera.

Il Museo Foresi rimase aperto fino alla vigilia di Natale del 1876, pochi mesi oltre l’improvvisa scomparsa di Raffaello avvenuta nel mese di febbraio dello stesso anno, all’età di 56 anni.

A Raffaelo Foresi venne intitolato il Liceo-Ginnasio di Portoferraio, e Biblioteca Foresiana si chiama l’Istituzione culturale del Comune di Portoferraio, dove sono raccolti preziosi libri e documenti della storia elbana donati da Mario Foresi (1850-1932), figlio di Raffaello.

Scorrendo le pagine del Registro dei Visitatori emerge come illustri personaggi della mineralogia e geologia del tempo visitarono, tessendone le lodi, il Museo Foresi: Lotti, D’Achiardi, vom Rath, Bombici, Bechi, Cocchi, Roster, … Quest’ultimo pubblica nel Bollettino della Società Geologica Italiana una nota che sarebbe dovuta essere, ma purtroppo non fu, la prima di una serie di pubblicazioni sui minerali elbani. “Alcuni di questi minerali” scrive il Roster “ furono da me stesso raccolti nell’ultimo mio soggiorno all’Elba, altri ho trovato far parte della stupenda ed unica collezione mineralogica e petrografia, con tanto amore e sì grande studio raccolta e ordinata dal Sig.Raffaello Foresi. 6

 

 

 

Non dovrebbe essere lecito porre il piede nella città principale dell’Isola, senza visitare questa collezione, perché le ricchezze naturali, ivi in bella mostra schierate, tanto ricreano l’ occhio del profano, quanto destan meraviglia e desiderio nell’ animo dell’ intelligente e dello scienziato…Fra i molti lavori stranieri su l’Isola d’Elba, i migliori son quelli che fecero soggetto di attenta osservazione la grande collezione del Foresi, l’altra meno rilevante del capitano Pisani di S. Piero”(Roster, 1876).

Anche il Roster quindi, che nella villa Ottonella e nel suo Orto Botanico trovava il suo “buen retiro”, aveva iniziato a collezionare campioni di minerali elbani, instaurando con il Foresi uno stretto rapporto di collaborazione e stima. Dopo la morte di Raffaello lo stesso Roster, assieme a Giovan Battista (Bista) Toscanelli (1857-1882) legato all’uomo di cultura elbano da filiale amicizia, rilevarono le concessioni possedute da Foresi per la ricerca di minerali nelle zone di S.Piero e S.Ilario. E “ereditarono” anche la preziosa collaborazione di Luigi Celleri.

Con la scomparsa di Raffaello, la famiglia decise di vendere la collezione mineralogica e gli “oggetti antistorici”, come il Foresi aveva denominato la sua collezione di manufatti “dell’ età della pietra e del bronzo”, rinvenuti nelle Isole dell’Arcipelago Toscano (Foresi, 1867).

Dopo lunghe trattative condotte da Giorgio Roster, Giuseppe Grattarola (1844-1907), professore di mineralogia nell’Istituto di Studi Superiori di Firenze e Paolo Mantegazza (1831-1910) professore di antropologia e etnologia nello stesso Istituto, superando marcate difficoltà finanziarie e grazie ad una fortunata serie di circostanze, non ultime l’interessamento di Igino Cocchi e Quintino Sella, le collezioni vennero acquistate dall’ Istituto fiorentino e nel marzo del 1877 giunsero nei locali de “La Specola” e al “Palazzo Nonfinito” di Firenze. Tre anni dopo la collezione di minerali Foresi, unitamente a tutto il “Museo e Laboratorio di Mineralogia”, venne trasferita nella nuova e più idonea sede di Piazza S. Marco, dove ancora oggi è conservata (Cipriani e Poggi, 1994; Cipriani et al., 2010).

Una decina di anni dopo il R. istituto di Studi Superiori acquistò anche la collezione di minerali elbani raccolta da Giorgio Roster, corredata di sei preziosi libretti nei quali il Roster stesso aveva dettagliatamente descritto tutti i campioni, spesso corredati da bellissimi disegni.

Nel 1914 Federico Millosevich (1875-1942), succeduto a Grattarola nella cattedra e nella direzione del Museo e Laboratorio di Mineralogia, pubblica un catalogo ragionato della collezione elbana conservata nel Museo dal titolo: “I 5000 elbani”.

In effetti, come rilevano Cipriani e Poggi ( 1994): “I 5000 elbani erano in realtà 4966, così ripartiti fra le varie raccolte: Foresi 2553, Roster 1467, Antico Magazzino 717, Pisani 151, altri 67”. Con il nome di Antico Magazzino il Millosevich aveva indicato i campioni già presenti nell’antico R. Museo di Fisica e Storia Naturale, fra i quali è possibile che fossero (e siano) presenti i campioni raccolti nel Seicento da Niccolò Stenone e nei primi dell’Ottocento da Giovanni Ammannati.

I campioni raggruppati sotto la dizione Pisani, riguardano i minerali forniti dal raccoglitore Spirito Pisani e quelli acquisiti dalla collezione del Capitano Giuseppe Pisani.

Dalla pubblicazione del lavoro di Millosevich, il numero di campioni della collezione elbana è aumentato sensibilmente. Vari campioni sono stati scambiati con numerosi Musei naturalistici del Mondo, altri sono stati acquistati o donati al Museo fiorentino, con un bilancio che porta a 6312 i campioni della “ Collezione elbana”.

Belle collezioni dei minerali elbani sono conservate nei Musei mineralogici della Università di Pisa e della Federico II di Napoli e nel Museo Civico di Storia Naturale di Milano. All’Elba degne di particolare nota sono le collezioni “Erisia Gennai Tonietti” e “Alfeo Ricci”, esposte rispettivamente a Rio Marina e Capoliveri nel contesto delle iniziative del Parco Minerario e Mineralogico dell’Isola d’Elba. 7

Oggi è sempre più manifesta l’esigenza di rendere compatibili i nostri bisogni e le nostre attività con i limiti e le fragilità geologiche e biologiche del Mondo in cui viviamo. Questa esigenza, affinché possa essere concretizzata con adeguate scelte politiche ed economiche comporta la diffusione sociale della cultura ecologica. Un potente mezzo per raggiungere questo scopo è quello di mostrare ed illustrare le meraviglie del mondo naturale che ci circonda. Con questo fine e nel tema di questo scritto, una riedizione del lavoro di Millosevich, dovrebbe intitolarsi: I 6000 elbani”. Magari aggiungendo un sottotitolo: le bellezze e le diversità di uno splendido giardino del Pianeta Terra.

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CIRCOLO CULTURALE SANDRO PERTINI dell’isola d’Elba Presidente onoraria Diomira Pertini

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